
C’è un momento, durante una pratica di yoga, in cui possiamo accorgerci di qualcosa di molto semplice: stiamo guardando noi stessi.
Non necessariamente in uno specchio.
Possiamo farlo attraverso il corpo della persona sul tappetino accanto al nostro, attraverso un’immagine vista sui social, attraverso il ricordo di come riuscivamo a fare una posizione qualche mese fa. Possiamo farlo attraverso quella fotografia salvata perché “un giorno vorrei arrivare anch’io lì”.
Viviamo in un’epoca in cui anche lo yoga è diventato, in parte, un’immagine.
Asana perfette, corpi allenati, posizioni spettacolari, fotografie curate nei minimi dettagli.
E così può accadere qualcosa di sottile: iniziamo a confondere la forma con l’essenza.
Pensiamo che una pratica sia tanto più evoluta quanto più è complessa. Che una posizione più profonda sia necessariamente una posizione migliore. Che maggiore flessibilità, maggiore forza o maggiore apertura significhino maggiore consapevolezza.
Ma è davvero così?
La forma non è l’essenza
Un’asana ha una forma.
Il corpo si organizza nello spazio, le gambe si spostano, la colonna si allunga, le braccia assumono una certa direzione.
Ma la forma è solo ciò che possiamo vedere.
L’essenza è ciò che accade dentro.
Possiamo essere in una posizione straordinariamente complessa ed essere completamente assenti. Possiamo essere concentrati sul risultato, sulla prestazione, sul confronto, sul desiderio di arrivare più lontano.
E possiamo invece trovarci in una posizione semplicissima e sentirci completamente presenti.
Il respiro è lì.
Il corpo è lì.
La mente è lì.
Il cuore è lì.
Quale delle due pratiche è più profonda?
Forse la domanda non è nemmeno questa.
Forse nello yoga non esiste una posizione più profonda in assoluto. Esiste la posizione nella quale, in quel momento, riusciamo a incontrarci davvero.
Non la posizione perfetta, ma la posizione comoda
Una delle traduzioni più conosciute di asana richiama l’idea di una posizione stabile e confortevole.
Eppure, nella pratica contemporanea, rischiamo spesso di dimenticare proprio questo.
Cerchiamo la posizione “giusta”.
Quella più bella.
Quella più completa.
Quella che assomiglia alla fotografia.
Quella che ci fa pensare: ce l’ho fatta.
Ma forse potremmo provare a cambiare domanda.
Non:
“Quanto riesco ad arrivare lontano?”
Ma:
“Dove posso stare con comodità, presenza e consapevolezza?”
Comodità non significa comodità intesa come assenza di impegno. Non significa evitare ogni difficoltà.
Significa trovare uno spazio in cui il corpo possa respirare, in cui non sia costretto a combattere contro se stesso, in cui possiamo abitare la posizione invece di conquistarla.
A volte quel luogo sarà più vicino a terra.
A volte sarà una variante.
A volte sarà una posizione che, guardata dall’esterno, sembra quasi banale.
Eppure può essere esattamente la posizione di cui abbiamo bisogno.
Quando nessuno ti guarda
Immaginiamo di entrare in sala e sapere che non esistono specchi.
Nessuno può fotografarci.
Nessuno vedrà la nostra posizione.
Non possiamo pubblicarla, confrontarla, ricevere un complimento o una reazione.
Facciamo comunque quella stessa asana?
E soprattutto: la facciamo nello stesso modo?
Forse scopriremmo che alcune posizioni che inseguivamo non ci interessano più così tanto.
Che possiamo fermarci prima.
Che possiamo scegliere una variante più semplice.
Che possiamo lasciare andare la necessità di dimostrare qualcosa.
E forse scopriremmo che, quando nessuno ci guarda, rimane una domanda molto più importante:
come mi sento?
È lì che la pratica può cambiare direzione.
Dalla forma all’essenza.
Dal risultato all’esperienza.
Dall’apparire all’essere.
L’offerta sul tappetino
Nello yoga parliamo spesso di offerta.
Portiamo la pratica sul tappetino come un gesto che non è rivolto soltanto a noi stessi. Offriamo il nostro tempo, la nostra attenzione, il nostro respiro.
Ma che cosa significa davvero offrire?
Forse non significa eseguire l’asana più avanzata che conosciamo.
Non significa dimostrare quanta forza abbiamo.
Non significa raggiungere una profondità maggiore nella posizione.
Non significa mostrare un corpo estremamente flessibile.
La migliore offerta che possiamo fare sul tappetino potrebbe essere molto più semplice.
Offrire ciò che siamo, con tutto il cuore.
Offrire la nostra presenza.
La nostra attenzione.
La disponibilità ad ascoltare.
La capacità di rispettare il corpo invece di forzarlo.
La pazienza.
La cura.
L’amore con cui attraversiamo anche una posizione apparentemente semplice.
Perché un’asana non diventa più preziosa perché è difficile.
Diventa preziosa per come la abitiamo.
Il nostro meglio non è sempre la nostra prestazione migliore
Siamo abituati a pensare che dare il meglio significhi fare di più.
Più lontano.
Più forte.
Più a lungo.
Più difficile.
Ma sul tappetino possiamo imparare una cosa diversa: il nostro meglio cambia ogni giorno.
Ci sono giorni in cui il nostro meglio sarà una pratica intensa.
E giorni in cui il nostro meglio sarà fermarsi.
Ci sono giorni in cui il corpo avrà energia.
E giorni in cui avrà bisogno di delicatezza.
Ci sono giorni in cui riusciremo a fare una posizione che ieri sembrava impossibile.
E giorni in cui la nostra pratica più autentica sarà semplicemente sederci e respirare.
Questo non rende la seconda pratica meno importante.
Forse, in alcuni giorni, è proprio lì che si trova il nostro vero impegno.
Nel non chiedere al corpo di essere ciò che oggi non può essere.
Nel non trasformare una posizione in una prova.
Nel riconoscere che accettare ciò che siamo, in quel preciso momento, può richiedere più consapevolezza che spingerci oltre.
La postura più semplice può essere la più grande
C’è qualcosa di profondamente bello nella semplicità.
Una posizione seduta.
Un piegamento delicato.
Una torsione senza pretese.
Una postura che non impressionerebbe nessuno.
Eppure possiamo starci dentro con una presenza assoluta.
Possiamo respirare.
Possiamo ascoltare.
Possiamo lasciare che il corpo smetta, anche solo per qualche minuto, di essere un’immagine da migliorare.
E allora quella postura semplice diventa tutt’altro che semplice.
Diventa un atto di cura.
Un atto di presenza.
Un’offerta.
Perché forse il valore di un’asana non si misura dalla sua difficoltà, ma dalla quantità di noi che siamo capaci di portare dentro di essa.
Una posizione semplice eseguita con consapevolezza e amore può essere una pratica profondissima.
E una posizione perfetta eseguita senza presenza può essere soltanto una forma.
Oltre lo specchio
Forse, allora, togliere lo specchio non significa semplicemente smettere di guardarci.
Significa imparare a guardarci in un altro modo.
Non chiedendoci se siamo abbastanza flessibili.
Non chiedendoci se siamo abbastanza forti.
Non chiedendoci se la nostra asana è abbastanza bella.
Ma chiedendoci:
Sono presente?
Sto ascoltando?
Posso respirare qui?
Posso abitare questa posizione con comodità?
Posso fare questa pratica con amore?
Quando nessuno ci guarda, forse rimane proprio questo.
Non la forma.
Non la performance.
Non il confronto.
Rimane il modo in cui abbiamo scelto di esserci.
E forse è questa la vera pratica: scoprire che non dobbiamo necessariamente arrivare più lontano per andare più in profondità.
A volte basta una posizione semplice.
Un respiro consapevole.
Un corpo ascoltato.
Un cuore presente.
E quella può essere, proprio in quel momento, la nostra offerta più sincera sul tappetino.